{ Durmstrang Institute - GdB }

martedì, 04 settembre 2007

{ remembering.. }
Era andato Lui, personalmente, a controllare; quando lo aveva trovato, il suo scagnozzo, morto con la testa rotta contro un masso, il sangue oramai rappreso tra i capelli, nell'erba, sul colletto del mantello, aveva sorriso spudoratamente, in modo malvagio. Al suo fianco, Kasia aveva stretto le labbra, forse più che dispiaciuta per il Mangiamorte ucciso, perchè sapeva esattamente cosa il Suo Signore stava per dire. « Quella ragazza mi piace. », aveva sibilato, mentre osservava la sua adorata Nagini girare circospetta al vecchio cadavere, insinuandosi sul suo torace. « Non la trovi così ..deliziosa, Kasia? », le aveva domandato retoricamente, e lei si era astenuta dal rispondere, chinando solo il capo in segno di ubbidiente assenso. « Mi ricorda tanto te, lo sai? », quel paragone aveva colto Kasia lì, nel petto, infastidendola. « Così ansiosa di diventare una donna.. così prevedibile, così banale, così scontata. Sarà facile portarla dalla nostra parte, una volta presa nel verso giusto: anche con le maniere forti, se è necessario. » « Sì, mio Signore.. » « Ci pensi tu? » « Con-piacere.. », aveva sillabato, passandosi la punta della lingua sulle labbra. Il Suo Signore aveva abbastanza fiducia in lei, da lasciarle il compito: poteva lavorarsi la situazione, e soprattutto quella bambina, come voleva - l'importante era arrivare dove Lui voleva. Forse, si disse, sarebbe passata direttamente alle maniere forti. Che bisogno c'era di fare la brava persona, se lei non lo era affatto? Io sono migliore di te Bella, si era ripetuta con cattiveria, mentre le braccia di Voldemort le si erano attorcigliate alla vita con veemenza brutale, e lui aveva premuto le labbra inspide contro quelle carnose della donna. Aveva assaporato quel momento violento, e poi si era staccato, spingendola via. Lei era abituata a questi suoi modi di fare, ma non aveva nulla in contrario a farsi usare così. « Andiamo Kasia, domani avrai molto da fare, e io devo sentire Miranda.. [serpentese] SSSSu Nagini, non vorremmo far asssspettare la cena ..», aveva sibilato, prima alla donna, poi al suo adorato serpente. Si era chinato a tendergli il braccio, e questo - che intanto aveva masticato le dita del Mangiamorte ucciso, lo aveva risalito, per scomparire insieme al suo padrone, nelle ombre della notte. Kasia, scomparve dopo di loro: con un sorrisetto sul volto, e gli occhi lampeggianti di traslucida malvagità.

Kasia

 

[ sala comune Moth'ui Nira. ] 
KasiaIsabella calcava la punta della penna d'aquila sulla pergamena in fretta, mordicchiandosi l'angolo delle labbra. Non che quel compito lasciato in sospeso la sera prima perchè troppo stanca per continuarlo le procurasse tanti problemi, non si doveva nemmeno impegnare poi tanto, l'unico fattore che le trasmetteva quella lieve agitazione era il tempo che scorreva, inesorabile. Ogni tanto, dava uno sguardo all'orologio appeso al muro, e prendeva un profondo respiro. Di Lei, proprio non si era accorta, occupata com'era a battere il tempo: era rimasta nell'angolo per tutto il tempo, dalla sua entrata fino ad allora - quindici minuti dopo. Kasia avanzò piano, in silenzio come un gatto, verso la poltrona dove era accomodata in modo scomposto la Moth'ui Nira, e poi, abbastanza vicina, aveva fatto schioccare le labbra. E benchè il rumore di solito fosse piuttosto impercettibile, in quell'occasione, nel silenzio quasi irreale del ritrovo completamente vuoto, eccezion fatta per loro due, così improvviso, fece sobbalzare Isabella. Facendo cadere le pergamene che aveva quasi terminato di compilare, si alzò di scatto, puntando gli occhi chiari contro la donna che, giocando con la sua bacchetta in modo quasi infantile, rigilandola tra le dita, ricambiava lo sguardo in maniera profonda, il chè rendeva ancor meno rassicurante la sua presenza. « Ciao, Bella. », aveva elargito dolcemente, imbronciando leggermente le labbra. « Non ci siamo incontrate mai direttamente fino ad ora, ma sembra che da oggi in poi avremo l'onore di vederci più spesso, dopo quello che hai fatto al mio amichetto.. », continuò, senza aspettarsi una risposta dalla diciassettenne, che da parte sua, non aveva dovuto aspettare una frase come quella per accertarsi Chi aveva mandato Kasia lì da lei. Lasciò scivolare la mano destra, lentamente, fino alla bacchetta, allacciata alla cintola dei pantaloni, e la Mangiamorte aveva fatto finta di non accorgersene, per darle quel minimo di vantaggio che doveva ad una stupida principiante, quale lei era. « Mi spiace di averti scombussolato i piani, se credevi di farla minimamente franca. », aveva iniziato, facendo un passo in avanti. « Quanti altri di voi, mi manderà? Non ho problemi ad uccidervi, uno ad uno.. », la ragazza aveva lentamente sollevato la bacchetta contro la donna, che ancora giocava con la sua, sicura di sè. « Quanti necessari, bambina. E' proprio questo, di cui dovevo parlarti. », esordì Kasia, con un piccolo sbuffo. Questo dialogare così innocuo stava cominciando a stancarla. Ma per fortuna, Isabella Schneidernon ebbe bisogno di una scusa per movimentare un po' le cose: ci aveva pensato Isabella, castando senza avere intenzione di ascoltare un'altra sola parola uno Stupeficium. « Protego. », aveva incantato lei con calma, innalzando uno scudo che l'aveva protetta dall'incantesimo della studentessa che, seppure potente, castato in maniera fin troppo istintiva, e l'aveva rimandato al mittente. Isabella aveva provato a scansarsi, senza fare troppo in tempo, e l'incantesimo aveva colpito in pieno la sua spalla ora probabilmente lussata, catapultandola all'indietro e facendola sbattere contro il camino. Kasia le si era avvicinata, con una smorfia bieca e cattiva, inginocchiandosi accanto a lei, che aveva perso la bacchetta per il forto colpo. « Fretta, signorina? Vedi, forse questa volta hai trovato pane per i tuoi denti. Non tutti i Mangiamorte sono idioti come quello che hai avuto l'onore di uccidere ..io, per lo meno. », aveva ironizzato, passandosi la punta della lingua sulle labbra, com'era solita fare. La Moth'ui Nira strinse le labbra, in una smorfia di dolore e disappunto, mentre si prese la spalla rotta con la mano, con un piccolo ed impercettibile gemito. Questa volta, non era stato così facile. « Cosa vuoi? », aveva solo osato domandare, con la rabbia nel tono di voce. « Ma è ovvio, cara! Il Mio Signore vuole quel tuo fottuto ciondolo ..perchè ti ostini a tenertelo così? Se glielo porgi, lui stesso sarà felice di farti una proposta che tu di certo non potrai rifiutare. », una proposta che nemmeno era necessario fare presente, così ovvia. Stava per rispondere chissà, forse a modo, forse in maniera contenuta per non gravare ancora di più sulla sua condizione, in svantaggio, quando Kasia le si avvicino all'orecchio destro. « Stai attenta, bambina. Non sperare di scampare così al Signore Oscuro, prima o poi, ti capiteranno cose ancor peggiori di questa ..ti sta offrendo due settimane, tesoro. Poi, cominceremo a fare sul serio. Cominceremo ..dalla tua amichetta Viola, sì. », le aveva sussurrato, con un sorrisetto soddisfatto e malvagio, mentre quel nome aveva scosso Isabella, particolarmente. « Oh, a proposito! », cinguettò infine Kasia, prima di sparire, con uno schiocco. In quel momento, con il fiatone, confusa, Viola spalancò la porta.

[ infermeria. ]
Kai SvendsenViola se n'è appena andata, lasciandomi sola con Kai, « ma solo per qualche minuto! », ha assicurato, sincerandosi che non ci sbranassimo a vicenda. Seduto sulla sedia accanto al mio letto, mi guarda di traverso, poichè probabilmente non comprende la mia agitazione, la nostra agitazione, da quando quel biglietto è arrivato fra le mani di Viola. « Allora, mi spiegate che cazzo succede? », mi domanda, scocciato. Cosa devo dirti, Kai? Che Voldemort mi è alle calcagna per uno stupido ciondolo, che ha minacciato di fare del male a tutte le persone a cui tengo? Sì, così poi rischio di coinvolgere anche te. « Mi sono lussata una spalla. », rispondo, scioccamente. « Eh ma va? Smettila di fare l'idiota, Bella, voglio sapere cosa sta succedendo, ora! », esordisce duro, con un'espressione scocciata che io sono abituata a vedere, per colpa mia, sul suo volto. mi mordo le labbra, cercando di sistemarmi meglio nel lettino: fanculovà. « Senti Kai ..Viola è in potenziale pericolo. », sussurro, alzando gli occhi al soffitto. Questo lo rende un poco più attento, mentre la sua espressione cambia radicalmente, facendosi preoccupata per l'amica, l'unica per la quale probabilmente è lì in infermeria con lei, in questo momento. « Vi hanno minacciato? », domanda, ansioso. « Sì, in un certo senso.. », borbotto, indecisa sul da farsi. Raccontargli tutto e renderlo un potenziale bersaglio? Oppure fare solo in modo che mi aiuti a proteggere Viola dal prossimo attacco dei Mangiamorte? Sicuramente, l'opzione che preferisco è la seconda. « Cosa? Tra quanto? » « Ascoltami, Kai: noi non siamo mai stati buoni amici, ma ora dobbiamo sorvolare le divergenze, o rimandarle, se proprio vuoi. », pronuncio; sono poche le volte che mi rivolgo a lui così, di solito lo prendo ad insulti e basta. « Viola è in pericolo. Ora, dobbiamo solo pensare a proteggerla: lei non deve sapere niente, non dobbiamo rendere maggiore l'agitazione comune. Dobbiamo lavorare di squadra », sì, io e lui: sarà un compito più difficile del previsto. « Per Viola. »

postato da BellaSchneider alle ore 22:24 | link | commenti
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martedì, 04 settembre 2007

Just a moment

[Saturday – at Romanov’s Manor]

 
Quando la carrozza ci attende dinnanzi al pesante portone dell’istituto per portarci via, nemmeno mi volto per guardare in viso Karel quando questi mi sfreccia accanto sbuffando.
Abbraccio Amanda, Tie, Laszlò e Klaus che rinnovano i loro auguri per poi addentrarmi in quel posto angusto – qualunque posto in cui si respiri la stessa aria di Karel Sverak mi parrebbe angusto, ora – che ci porterà direttamente a casa.
Non vedo mio padre dalle vacanze natalizie e a essere sincera mi è mancato terribilmente. A volte mi rendo conto di perdere ore intere a ricordare i dettagli del suo viso o la disposizione dei libri all’interno della libreria della mia camera, tanto è poco il tempo in cui effettivamente vi ho vissuto.
Ho passato ogni singolo giorno delle mie vacanze ospite a casa degli zii, crescendo con Nicolaj e Klaus. All’inizio però non era così, è stato dopo che mia madre se n’è andata che papà ha preso a lavorare assiduamente per il Ministero, al punto da sacrificare tutto per una causa.
Non ho mai capito se ciò sia un bene o un male – sacrificare l’amore, nel senso più ampio del termine, per un ideale – ma forse la risposta è a portata di mano e basta semplicemente aggiungere un pezzetto del puzzle perché l’immagine sia completa.
“Ti hanno strappato la lingua, se Dio vuole?”
Sprofondata nel sedile di fronte a quello di Karel sollevo distrattamente lo sguardo dal “Libro Avanzato di Pozioni: antidoti e veleni”, per poi tornare a leggere senza degnarlo di risposta. Non accetterò le sue provocazioni, né tanto meno farò in modo che lui possa anche solo sfiorarmi.
“Mi dai i nervi.”
“Anche tu se per questo, ma ciò non significa che io cerchi di avere un contatto con te. Anzi, proprio per questo non lo desidero minimamente.”
“Il mondo non gira attorno a te principessina, ricordatelo.”
“Infatti, ha smesso da anni ormai di farlo.”
Quella è una risposta che non avrei voluto dargli, eppure mi è sfuggita di bocca senza che me ne rendessi conto. Dopo tutto, perché dovrei mentire a me stessa? C’è stato un periodo della mia vita in cui Karel era il mio mondo, il principe perfetto che riusciva sempre a salvarmi e a strapparmi un sorriso.
Quando è cambiato tutto?
E’ stato un qualcosa di improvviso, un ingranaggio che si è bloccato ed è stato sollecitato sino a rompersi defintivamente nel momento in cui lui è entrato a Durmstrang.
Otto anni fa per lui, sette per me ed è quasi metà dei nostri anni.
E’ bastato un anno lontani ed il successivo a scontrarsi senza capirsi, a scansarsi per non ferirsi, a prendere parte a giochi già decisi da chi ci aveva preceduto.
E’ stato come per mio padre: l’affetto è stato immolato sull’altare dell’ideale.
L’abbiamo fatto persino noi – né bambini né adulti – a maggior ragione, può farlo chiunque altro.
“Certo che di cazzate ne dici. Comunque non ho la minima intenzione di venire a quella tua stupida festa.”
“Se per questo, non ho la minima intenzione di festeggiare il mio compleanno con te. Ma si da il caso che mio padre abbia deciso diversamente. E lo sappiamo entrambi che non ammette repliche, come il tuo del resto.”
Karel non risponde e continua a guardare il paesaggio scorrere al di là del finestrino e io torno a leggere.
 
*
 
Era ovvio che lei non lo guardasse in viso e che lo trattasse con la sua stupida aria di sufficienza da Liuth’Im Nà. Per contro, la cosa lo infastidiva così come lo innervosiva il fatto lei avesse palesemente ragione.
Suo padre gli avrebbe ordinato di andare a quella stupidissima festa e non avrebbe ammesso repliche.
Nemmeno sotto maledizione Cruciatus.
Un viaggio che era risultato una noia mortale per approdare dinnanzi al Romanov’s Manor.
Katrina aveva semplicemente richiuso il libro che stava leggendo – e data l’attenzione che vi aveva dedicato doveva averlo imparato a memoria persino – scendendo dalla carrozza con un cipiglio da principessa.
Detestabile.
Lentamente si era avvicinata al padre – ed era chiaro come il sole che tentasse di mantenere un contegno per non gettarsi tra le sue braccia – per poi lasciarsi andare ad un abbraccio realmente carico di calore per poi dirigersi verso di lui, costringendolo a scendere dalla vettura.
“Buongiorno Karel, avete fatto un buon viaggio?”
“Si, Lord Romanov.”
Katrina si era girata su sé stessa attendendo il padre, quando questi aveva fatto cenno alla carrozza di procedere verso il giardino del manor.
“I tuoi genitori saranno qui tra poco, questa sera festeggeremo il diacessettisimo compleanno di Katrina.”
Oltre le spalle dell’uomo la vede sgranare gli occhi e restare tuttavia immobile nella medesima posizione, torturandosi le mani nervosamente.
Dove cazzo è finita la sua voglia di dire no e mandare a ‘fanculo il mondo?
E soprattutto, perché suo padre non gli ha detto che avrebbero trascorso la bellezza di ventiquattr’ore con degli idioti sostenitori del Ministero?
Avevano smesso di frequentarsi da anni, dall’esatto istante in cui la madre di Katrina era passata dalla parte dell’Oscuro Signore e vi erano stati solo sporadici contatti.
Perché ora suo padre gli aveva imposto una festa tanto stupida?
Per amore delle tradizioni.
I Purosangue sono ferrei nel mantenerle strette a sé, siano essi Mangiamorte o Auror.
Il sangue non mente mai.
 
*
 
Seduta accanto a mio padre, lo ascolto parlare e scherzare con Kaarl Sverak. Alla sua sinistra è seduta sua moglie, alla destra Karel e via di seguito altre famiglie purosangue della Romania, tutte attorno al medesimo tavolo del salone centrale. Troppo lontano da me c’è Nicolaj e vorrei poterlo riabbracciare e dirgli quanto mi manca a Durmstrang, quanto a disagio mi sto sentendo per tutti questi occhi puntati addosso.
E’ silenzioso, ha lo sguardo fisso di fronte a sé e non accenna a distoglierlo da lì nemmeno un secondo. Anche quando è arrivato mi ha baciato computamente la mano e poi si è eclissato insieme a sua madre senza parlare minimamente con me.
Mi sento sbagliata in questo momento, una bambola da esibire.
E mio padre non mi ha mai fatta sentire così, un oggetto da esporre nella vetrina Romanov ma semmai è sempre andato fiero dell’unica donna di casa.
Per tutta la durata della cena papà mi ignora, o quasi.
Odio questi ritrovi di ipocrisia, questo pullulare di individui che si stimano – pronti però ad uccidersi vicendevolmente - solo perché è il medesimo sangue a scorrere nelle loro vene, e non capisco perché mio padre abbia fatto una cosa simile.
Quando giunge la torta è un po’ come se mi venisse tolto un macigno dal cuore e papà si alza in piedi reclamando per sé l’attenzione dei commensali.
Battute finali dell’opera, papà è sempre stato un ottimo attore.
“Signori, amici, compagni. Oggi siamo qui per festeggiare il diciassettesimo compleanno della mia incantevole figlia. Katrina, tesoro, vieni avanti.”
Respira.
Inspira.
Mi sollevo in piedi chinando leggermente il capo, così come ho fatto miliardi di volte da bambina. Un gesto meccanico compunto e preciso, raffinato, e mi dirigo a passi lenti e misurati verso mio padre che mi tende una mano.
La mano forte e sicura di mio padre avrei voluta stringerla per tutta la sera, quella stessa che mi ha sempre protetto e difeso.
Persino da mia madre, la donna che mi ha messo al mondo per poi tentare di uccidermi.
La stessa che ha rischiato di uccidere anche Karel, quel giorno.
“Bambina mia, finalmente posso dire di avere davanti una donna. Una donna bellissima, la mia adorata figlia. I diciassette anni segnano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, un traguardo importante per una delle migliori studentesse di Durmstrang. Auguri cara.”
Vi è un’esplosione di applausi e in questo momento è importante che mantenga la calma e soprattutto, un colorito naturale.
Respira.
Inspira.
Ricordati: principessina.
Il suo sguardo si posa volontariamente su Karel, come se in mezzo a tutta quella folla di sconosciuti lui potesse essere la sua ancora di salvezza, come allora, quando bambini riuscivano a fuggire mano nella mano dalle noiose cene politiche del tempo.
“A nome mio e di mio padre, vi ringrazio per essere giunti qui per i festeggiamenti.”
Mi prodigo in un leggero inchino e nella sala cala il più dolce dei silenzi.
E’ così che si chiudono le cerimonie noiose: con classe.
L’unico che si alza in piedi battendo le mani è il padre di Karel e per una frazione di secondo tutti gli occhi sono puntati su di lui.
E’ più bravo persino di mio padre a recitare la parte del galantuomo e mi sorride invitandomi con la mano ad avvicinarmi a lui e mentre mi volto verso mio padre in cerca di supporto mi indica di andare da Kaarl.
E’ un po’ come una tacita consegna questa, come se fosse uno scambio di ostaggi.
Chissà come fanno a venirmi in mente certi pensieri stupidi nei momenti più inopportuni, poi!
“Accomodati cara.”
Karel mi lancia un’occhiata per poi tornare a guardare mio padre e mi siedo accanto a lui mentre suo padre si avvicina al mio.
C’è qualcosa di assolutamente e totalmente assurdo in tutto questo, come se ci fosse una parte fondamentale del racconto che manca.
Ma cosa?
“Signore e signori, questa sera è un duplice festeggiamento quello che vogliamo proporvi. Per celebrare degnamente il compleanno della nostra dolce Katrina, vogliamo anche rendervi partecipi del fidanzamento tra lei e mio figlio Karel. Congratulazioni.”
Leva il calice ricolmo di vino dello stesso colore del sangue al cielo, imitato da tutti i commensali.
Tutti tranne me e Karel, ovviamente.
Cosa dicevo?
Mio padre è un eccezionale attore.
Così eccezionale, da avermi presa in giro per tutta una vita, evidentemente.
 
*
 
“Lord Voldemort raggiungerò questa sera stessa il manor’s e rivolgerò i vostri ordini a mio marito e a Sverak.”
Esigo che tutto si compia, Miranda. Avete dimostrato devozione, non voglio che qualche sciocco moccioso rovini i miei piani, mi sono spiegato?”
La s sibilante la investe in pieno, sensuale e crudele al contempo, mentre l’uomo le sfiora la guancia con il viso impartendole gli ultimi ordini.
“I patti sono sempre stati chiari, o sbaglio?”
“Non sbagliate, Oscuro Signore.”
“Io ho richiesto i vostri figli come pegno, ho richiesto i loro servigi e i loro corpi per il mio Prescelto. E così deve essere.”
Occorrono due Purosangue di ceppi differenti, due incarnazioni di concetti opposti per dare vita ad un altro Prescelto che scacci il primo, attraverso quel sentimento che lui ignora totalmente: l’amore.
Un seguace perfetto, una progenie quasi sua.
Come far nascere l’amore – o trovarla attraverso una stupidissima pozione – a lui non importa. Gli sono stati promessi due Purosangue perfetti ancora prima di essere concepiti.
E questo gli basta.
 

 

 

postato da KatrinaRomanova alle ore 18:15 | link | commenti
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martedì, 04 settembre 2007

danger

{ domenica, ore tre circa }

Sospetto che il campeggio sia stato solo un modo per costringerci a trasportare avanti e indietro i nostri bauli stracolmi; non sarebbe stato più pratico lasciare tutto già qui, visto che in mezzo al bosco la gran parte delle cose sarebbe stata comunque inutile? Mia madre ha allegato ai bagagli un gentile biglietto in cui mi ricorda che il compleanno di mio fratello Johann si sta avvicinando e che quest'anno nessun impegno scolastico le impedirà di trascinarmi a casa insieme ad Ariel per festeggiare dignitosamente il decimo compleanno del pargoletto.
Al momento sono seduta sul letto, tentando di trovare un modo alternativo per non dover passare i primi tre giorni di ottobre a Ebersbachers Schloss. La stanza che ci è stata assegnata quest'anno ripropone lo schema di tutte le camere Moth'ui Nira che ho avuto occasione di visitare: ampia, con le pareti di pietra ricoperte di pannelli di legno scuro,l e cime dei baldacchini che quasi sfiorano il soffitto basso.
Isabella è stesa sul suo letto con una pezza bagnata sulla fronte, e s'infila lentamente in bocca il pane che le ho portato dal pranzo; l'unica cosa che sono riuscita a strapparle è una confessione riguardo ad una sbornia in compagnia di Karel Sverak prima che ripiombasse in uno stato semicomatoso. Ho degli ampi indizi che mi lasciano intendere che si siano rifatti del bacio rifiutato, ma preferisco non indagare finché la poverina non sarà in grado di rispondere con completezza alle mie domande.
Mia sorella Ariel si è premurata di farmi sapere che si è trovata un fidanzatino mentre erano in vacanza in Spagna, lui abita in Austria ma la distanza non creerà problemi nella loro relazione. La poverina si illude che gli uomini siano fedeli; tredici anni, così innocente e ancora avvolta nella bambagia.
Chiudo le ante dell'armadio, all'interno del quale ho disposto i miei vestiti, tentando di fare meno rumore possibile; Bella grugnisce, si rigira nel letto dando una manata al piatto che cade al suolo, lasciando il pavimento pieno di briciole e cocci. Sospiro appena; non ho nessuna voglia di sistemare il disastro che ha fatto, ci penserà qualche elfo domestico - è il loro mestiere, dopotutto.
Abbottono un golf di cotone blu scuro sopra alla camicetta nera, troppo leggera per il clima artico del castello; suppongo che i caminetti non siano ancora stati accesi, e non c'è neppure da nominare l'eccessiva tecnologia delle stufe. Dal corridoio che unisce i dormitori femminili con la sala comune si sente il chiocciare di tutte le studentesse già arrivate a scuola e segregate nelle loro stanze affinché nessuno veda loro i nuovi tagli di capelli o altre inutilità prima dell'inizio delle lezioni. Tra le voci spiccano le urla delle decurtate mentali che eleggono a "più figo della Casata" il noto puttaniere Karel Sverak; ad alcuni tratti, sembra prevalere il candidato Kai Svendsen.
Mi abbandono su un divanetto di velluto nero, decorato da grosse borchie d'argento. A quest'ora della domenica pomeriggio non c'è quasi nessuno in giro nemmeno durante l'anno scolastico, quindi mi concedo la libertà di stendere le gambe e spostare i cuscini a mio piacimento. Apro il libro che mi ero portata dietro, del tutto intenzionata a trascorrere in tranquillità il tempo che servirà a Bella per riprendersi e poi spiattellare un po' di cosucce.
Faccio fatica a concentrarmi: rileggo ogni pagina un paio di volte, e comunque i concetti di trasfigurazione ultimo livello non mi rimangono in testa. E' molto più complicata del previsto. Di solito studio trasfigurazione con Kai, ma suppongo che la sua ultima brillante scommessa mi costringerà a tenermici alla larga, migliore amico o no.

***
{ qualche giorno prima, accampamento moth'ui nira }

Il pallido spicchio di luna era reso ancora meno evidente dall'abbagliante splendore dell'intera volta celeste trapuntata di stelle. Dal focolare appena spento dell'accampamento si alzavano delicate volute di fumo. Seduta fuori dalla sua tenda, Viola Ebersbacher si portò con un movimento lento la bottiglia di rum alle labbra. Sul viso era ben evidente un'espressione tesa, nervosa. Alzò appena lo sguardo, attirata da un lieve fruscio prodotto dall'erba calpestata, lasciando che la luna dipingesse di un colore azzurrognolo il bel viso tondo.
« Buonanotte, Viola. » proferì in sua direzione una voce ben conosciuta, mentre la figura si accovacciava davanti a lei.
Sin dall'infanzia, Vi aveva fatto fatica a credere che il suo migliore amico fosse davvero imparentato con i suoi genitori, biondi e dalla pelle quasi trasparente. La sua pelle risplendeva di un caldo colore ambrato, che si scoprì derivante dagli avi sudamericani del ramo materno, i cui geni erano improvvisamente riaffiorati.
Aveva un sorriso storto, la sua testa oscillava.
« Eeecco chi ci ha rubato l'ultima bottiglia! Quindici uomini e una bottiglia di rum, non una ragazza e una bottiglia di rum! » esclamò ridacchiando. L'ultima sera di campeggio si era trasformata per molti nell'occasione per fare casino; nessuno dei due giovani Moth'ui Nira era completamente sobrio.
« Ne ho molto più bisogno di te. »
« Credi? »
« Da ubriaca ho intuizioni geniali sulla mia vita, quindi sì, lo credo. » Portò di nuovo la bottiglia alle labbra, socchiudendo gli occhi per godere del momento. Li spalancò subito dopo, allarmata da un'improvvisa stretta attorno al polso esile. Kai era piegato in avanti e la stringeva saldamente, fissandola dritta negli occhi di un intenso azzurro.
« E' da quando è successo quel che è successo che non parliamo con calma, Vi. » non sbatteva neppure le palpebre, mentre a voce bassa le rivolgeva parole cariche di tensione. La ragazza poteva sentire il suo fiato sulle guance, sulle labbra; sapeva di alcool, ma non era così fastidioso.
« Lo sai già, Kai. Non ci sarà mai niente tra noi. » rispose Viola prima che lui riuscisse ad aggiungere altro. Non era il momento di affrontare quel discorso; agitò con energia il braccio, spostandosi con un movimento veloce in avanti; si augurava vivamente che Kai l'avrebbe lasciata andare, invece di trattenerla davanti all'ingresso della sua tenda.
« Ho paura di perdere la tua amicizia. » Sorrise appena, allentando la presa. « Ed è un'idea che non mi piace per niente. » Dunque era questo che voleva dire, non voleva perdere la sua amicizia. Viola sentì come una morsa che si apriva all'altezza dello stomaco, e si lasciò sfuggire un mezzo sorriso.
« Questo mai. » rispose senza riflettere, e lasciò che il ragazzo la abbracciasse. Era convinta che la loro amicizia sarebbe durata per sempre, nonostante l'evidente desiderio del ragazzo di avere qualcosa di più da lei. Gli sfiorò appena la guancia con le labbra, poi si infilò nella tenda prima che la faccenda potesse degenerare. Venne accolta dal buio pesto e dal respiro regolare di Bella che dormiva. Senza neppure togliersi i vestiti, si infilò nel sacco a pelo e chiuse gli occhi.
« Vi? »
« Sì, Bells. » sperava di poter rimanere in pace, tentando di dormire per quanto fosse sicura che sarebbe stato piuttosto difficile.
« Ho sentito il damerino scommettere che avrebbe scopato con te prima di Natale. »

***
{ ieri, primo giorno di scuola. attorno alle otto di mattina. }

E' patologico, lo so, ma non riesco neppure a pensare di presentarmi a scuola con la cravatta storta: il nodo dev'essere perfetto, non ci sono eccezioni. Salgo in fretta i gradini che portano al piano terra, da cui dovrò raggiungere la Sala Grande. Per esperienza, non è affatto conveniente presentarsi all'ultimo momento per consultare i tabelloni con gli orari; mi piace fare le cose con calma e senza confusione attorno a me, quindi avevo programmato di andare lì presto e poi andare a prendere i miei libri in tutta tranquillità, ma sono già in ritardo sulla tabella di marcia e questo mi sta facendo svalvolare. Kai mi insegue, strattonandomi ogni volta che rischio di travolgere qualche malcapitato che si è piazzato sul mio tragitto.
« Muoviti, Kai. » borbotto attraversando a grandi passi la sala d'ingresso del castello; la porta della Sala Grande è già spalancata, quindi non devo neppure frenare per aprirla. Punto dritta ai tabelloni, niente tappe intermedie.
Stop.
Una schiena che conosco sufficientemente bene mi copre la visuale sugli orari del settimo, ma d'altronde le mie rotelline stanno correndo così veloce che non riuscirei comunque a leggere. Questo è il nuovo piano di Viola Ebersbacher, e si intitola: "fai in modo che Kai Svendsen si convinca che ti piace un altro e quindi lasci perdere i suoi loschi piani". Il piano sta per prendere inizio. Tre, due, uno ...
« Ehi, Karel. » Oh mio dio, sembro una vera troia. Meglio di quanto pensassi, sono un'ottima attrice. Gli passo abbastanza vicino da sfiorarlo, poi mi metto a trascrivere gli orari, lasciandolo a bocca spalancata dietro di me. Passo il foglietto a Kai e mi dirigo verso il tavolo dei Moth'Ui Nira, dove la testa rossa di Bella mi guida verso un lido sicuro. Si sta ingozzando con una fetta biscottata spalmata di marmellata. Mi siedo, tentando di mantenere la piega della gonna.
« Perché tutta questa fretta? »
« Non ho finito i compiti di pozioni, e ce l'abbiamo alla seconda ora. » mi risponde allontanandosi già dal tavolo. Faccio spallucce, rivolgendo un mezzo sorriso a Kai. Il mio tea alla menta non ha un'aria particolarmente invitante; lo sorseggio lentamente, mentre osservo i gufi che planano dalla grande finestra sopra al tavolo dei docenti.
L'ennesima lettera di mia madre, niente di interessante. Per Bella, invece, un biglietto senza busta. Lo raccolgo dal tavolo, lo giro: non farà male a nessuno, sennò ci sarebbe stato scritto confidenziale .. no?


Sento il sangue defluire dal mio corpo. Mi alzo di scatto, senza badare al rumore che faccio spostando la sedia.
Bella è sola in camera, e in pericolo mortale.

postato da ViEbersbacher alle ore 14:19 | link | commenti
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giovedì, 30 agosto 2007

[ Vergessene Spitze, qualche giorno fa. ]
Tara PalmerTara è seduta su un tronchetto vicino al laghetto, con le braccia congiunte e le ginocchia strette al petto, quasi fosse in procinto di scoppiare a piangere. Non sono il tipo che si fa i cazzi degli altri, e soprattutto quelli di una persona che mi odia a morte; ma ora come ora, non è altro che tempo perso fare tutto. « Ehi Tara.. che muso lungo, ti è morto il gatto? » « Taci Schneider! » « Eddai.. mi spiegherai cosa ti ho fatto, una volta per tutte? ». Il modo in cui si volta a guardarmi mi fa rabbrividire un po': è uno sguardo completamente ossessionato. « Vaffanculo Isabella! Andate a fanculo tutte! Non capisci? Ha preso per il culo anche te! », esclama, con un timbro di voce più acuto di due ottave, in bilico tra lo scoppiare a piangere e il prendere la bacchetta e schiantare tutto ciò che si trova d'appresso. « Chi? », mi viene spontaneo da chiedere. Ma ho capito, non è così difficile da comprendere - soprattutto se il soggetto in questione è lui. « Come chi? Karel! KAREL! Indovina l'ultima? L'ho visto mentre se la faceva con quella ochetta della Romanova contro un albero! », sputa fuori - quasi con sollievo, mentre lacrime dolorose di rabbia e delusione le rigano la faccia. Storco le labbra, schiudendole in un sospiro: infondo è proprio questo che mi aspettavo da lui. E chissà perchè mi viene da chiedermi ma perchè? comunque. « E' così importante? » « Sì ..Sì Isabella, per me sì, tanto! ». Quell'aria disperata mi sta sul cazzo: com'è possibile che una persona sola possa fare così tanto male? « Da quanti anni ti illudi per lui eh, Tara? Quante volte è successa una cosa del genere? ..Lo sai anche tu che per lui non sei niente, come nessuno è niente per lui! L'unica nota distintiva che possiamo trovare in Sverak in questo suo comportamento da puttaniere è che, per lo meno, lui ha capito che prima di tutto, prima di ogni altra persona, veniamo noi, noi stessi. Perchè se lasciamo che l'amore per un'altra persona ci ossessioni così ci lasciamo calpestare Tara, lo capisci? », lo capisci, Isabella, che sei cambiata? Quando mai avresti detto questo? Prima non eri così, prima eri tutt'altra persona ..prima di Karel, prima di Philipp. Non eri così. Ma chissà perchè, così, molto più realista, ti piaci di più. Tara piange. Singhiozza e si copre il viso con le mani. Con uno sbuffo, faccio un passo indietro. « Tu devi stare lontana da Karel, devi smetterla di starci dietro ..se non l'hai ancora capito, devi comprendere che chi è amato ha il potere di distruggere chi ama. E tu non hai intenzione di farti sbriciolare da lui, no? »
Ma chi prendi in giro, Isabella. Tuo padre è morto, tua madre ha ricevuto la notizia in chissà quale maniera e ora è protetta da chissà quale attività del cazzo di Ministero e tu, una volta per tutta, ammetti. Ammettilo, che vedere Tara così maledettamente fragile e innamorata di ricorda te stessa. In altre circostanze, sì. Ma il frutto è sempre lo stesso.

*
Kasia, finalmente, dopo aver sprecato tempo e sudore a seguire quella ragazzina dai capelli rossi, aveva capito qual'era il suo punto debole: e questo era un dignitoso vantaggio per lei che, finalmente, avrebbe potuto soddisfare il suo amato Signore. Sarebbe stato facile, una volta centrati i punti e soprattutto le persone giuste, indurre la piccola a lasciare il Ciondolo nelle sue mani, che lo avrebbero consegnato direttamente a Voldemort. E Lui le avrebbe rivolto uno sguardo fiero e l'avrebbe lodata. E forse, avrebbe capito quanto poco valessero gli altri, al suo confronto.
Quanto avrebbe potuto reggere Isabella, se lei avesse colpito le persone di cui si circondava? Benchè ammazzando suo padre non si era arrivati a molto ..Sei forte, hai un buon temperamento. Sei disposta persino ad uccidere. Sei astuta ma ..io lo sono più di te.

 

 

 [ Sala comune Moth'ui Nira, 17:30 ]
Karel Sverak« Che hai, Isy? », domanda Viola, facendo spuntare gli occhi turchesi da sopra le pagine di un libro che era intenta a leggere. Isabella è seduta sulla poltrona, ed è appena tornata da chissà quale giro in giardino, dopo aver visitato la biblioteca: con le braccia incrociate scruta il focolare, i capelli rossi sulle spalle - sciolta la crocchia appena comparsa sulla soglia della sala comune. E non ha una bella faccia.Gli occhi verdi vacui nel focolare, le braccia strette al petto, quasi avesse paura di cadere a pezzi e stesse cercando di trattenersi. « Ho dei crampi allo stomaco ..nulla di più. » « Sei sicura che siano soltanto crampi? » « Per tua informazioni, le parole soltanto e crampi non stanno bene insieme, Viola. ». In verità, più che altro, stava pensando: a Karel. A quanto le aveva dato fastidio il fatto che non le avesse rivolto più la parola, al suo sguardo e alle sue spalle, come se lei avesse bisogno di elemosinare per avere un po' di attenzione da lui. Quella situazione non le piaceva, soprattutto perchè non era solo un semplice disguido amoroso - o come si poteva definire quella situazione lì: Voldemort non si sarebbe fermato ad un Mangiamorte morto, ne avrebbe sacrificati altri cento per quello che aveva lei, che aveva rischiato e osato fino al punto da prenderlo in giro. Si morde le labbra, e poi, dal quadro, entra Karel, uno dei punti fissi dei suoi pensieri. E' solo, e non con Miodrag come si era aspettata. Entrambe, sia Viola che Isabella stringono gli occhi, la prima forse in un moto d'odio, l'altra di decisione. Si alza, con tranquillità, e mentre Karel prende a salire le scale del dormitorio senza degnarle di uno sguardo, lei con uno scatto gli passa di fianco, bloccandogli la strada. « Che cazzo vuoi? », sbotta lui, in tono sgarbato. « Parlarti, e visto che con le buone maniere non riesco ad ottenere niente forse così riesco almeno a farti entrare nella testolina qualcosa. » « Non ho voglia di sentirti. » « Ah no? Cos'è, se una non ti lascia il libero accesso alla sua bocca allora non ha il permesso di parlare? », lo rimprovera senza un filo di esitazione. mettendo le mani contro il muro. La smorfia sul viso di Karel non nasconde certo la sua rabbia, ma lei nemmeno sembra farci caso. « Devi-spostarti. » « Se vuoi spostarmi devi farmi male, Karel. E ti avverto che sono disposta a difendermi. » « Che cosa vuoi allora? », domanda lui, con uno sbuffo, facendo un passo indietro sulla scalinata. Viola sembra essere sparita tra i cuscini, il suo sguardo non punta su di loro; ma è palese che in ascolto, e anche se non lo fosse veramente, confida che Isabella le dica tutto appena possibile. « Chiarire, d'accordo? Tu puoi fartela con tutte le ragazze di questa scuola che vuoi, ma non per questo il fatto che io sia stata l'unica a rifiutarti per evitare di sentirsi usata inutilmente comporta il fatto che devi evitarmi o non devi parlarmi. Pensavo fossi un mio amico, non un bambinello viziato! Non voglio stare dietro ai tuoi capricci, sto provando a lasciare tutto com'era perchè a me andava bene. Ma se hai intenzione di tenermi il broncio perchè ho semplicemente scelto la strada che avrebbe lasciato entrambi sani - perchè ora non venirmi a dire che per me provi qualcosa di sincero e ci sei rimasto veramente male quando ho rifiutato il tuo bacio, perchè lo so che il tuo comportamento ora è solo di un uomo che è stato ferito nell'orgoglio, perchè evidentemente dopo quello che hai fatto non puo' essere che così visto che a te una donna in meno non fa differenza, bene ..pace, io non ne voglio più sapere. Ci ho provato, Karel.. », continua, in maniera più docile, lasciando andare le braccia lungo i fianchi e spostandosi, passando accanto a lui per lasciargli lo spazio per accedere al dormitorio. « ..seriamente, non voglio perderti per una cazzata simile. », conclude, a voce leggermente più bassa, ma pur sempre caratterizzata da quel timbro di ibernata sicurezza che contraddistingue ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola di Isabella Schneider. Gli dona un'ultima occhiata, prima di scendere dalla scalinata, saltando gli ultimi due gradini con un piccolo balzo e avvicinarsi al divano dietro il quale Viola, con il volto nascosto dal libro, ha ascoltato tutto. Karel, in silenzio, sale la scala fino ad arrivare al dormitorio: con un groppo alla gola apre la porta, e senza dire una sola parole, se la richiude alle spalle, senza fare troppo rumore.

[ più tardi, 3:00 ]

Non lo sa cosa significa, non lo sa minimamente; piango con la testa nel cuscino, seminascosta dalle coperte, distruggendo i singhiozzi e i sigulti del pianto contro di questo e lasciando assorbire le lacrime silenziose contro le lenzuola. Non piango solo per Karel, ma tutto questo mi sta distruggendo; nella mia testa c'è tutto un groviglio di pensieri che non riesco a sbrogliare. Cecile, Philipp, mi mancano entrambi, mi mancano così tanto. Non hanno nemmeno più il tempo di mandarmi qualche lettera, chissà che vita ardua e piena d'impegni hanno intrapreso. E ora ci si mette pure Karel. E tutto il resto. E chissà perchè, il fatto che Lord Voldemort e i suoi compari sono sulle mie traccie, passa in secondo piano: la povera piccola Isabella, sola contro le disgrazie del mondo. Fanculovà.
Strofino occhi e guancie contro il guanciale, asciugando via tutte le traccie di lacrime e ricaccio quelle che volevano uscire dentro agli occhi. Da sotto il cuscino, fuori esco la mia bottiglia personale di Whisky Incendiario che mi sono portata quì e conservata fin da Vergessene Spitze - sapevo che ne avrei avuto bisogno: mezza vuota. Non ricordavo di averne già bevuto. In silenzio, esco dal letto, infilo le pantofole e, indossato un maglione, scendo dai dormitori nella Sala Comune: non c'è nessuno, come mi aspettavo - come mi aspetto sempre quando scendo a quest'ora dacchè non è la prima volta, e mi avvicino alle vetrate. Durmstrang si erge nel buio più totale sotto di me, con i suoi laghi e le montagne rocciose che la attorniano, e il suo giardino immenso. Sorbisco due prime sorsate dalla bottiglia che tengo in mano per il collo, e poi, dopo essermi persa con lo sguardo oltre la nebbia fitta per non so nemmeno quanto tempo, guardo il mio riflesso allo specchio. Ho ancora gli occhi arrossati, e i capelli tutti scompigliati dal mio recente rigirarmi nel materasso: mentre me li aggiusto con la mano, tirando silenziosamente su con il naso, sento un rumore provenire dalla scalinata maschile. Quando mi volto, vedo Karel scendere a tentoni le scale con la bocca semi aperta in uno sbadiglio: si accorge di me, puntando i suoi occhi blu nella mia direzione, solo sceso l'ultimo scalino e strofinatosi gli occhi. « Facciamo le ore piccole? », domanda, benchè mi aspettavo qualche imprecazione contro di me e tutta la mia benedettissima famiglia. « Stavo per chiederti la stessa cosa ..vuoi? », domando, allungandogli la bottiglia.

Isabella Schneider

postato da BellaSchneider alle ore 19:30 | link | commenti
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giovedì, 30 agosto 2007

Saving you.

notte scorsa – campeggio ]
Tara Palmer Non so cosa mi spinga a farlo, non capisco il mio gesto e non ho tempo materiale per fermarmi a pensarci su, ma quando intravedo Tara, dopo essere sceso in prossimità del lago, là dove varie voci mi avevano detto essersi appartata la Romanova, estraggo la bacchetta e gliela punto contro prima ancora di aver realizzato ciò che sto facendo.
«Abbassa la bacchetta, Tara.» Lo mormoro lentamente, tanto lentamente che sembra quasi abbia a che fare con un bambino, invece che con quella che dovrebbe quasi essere una donna.
Lei si volta e mi pianta contro due occhi verdi e furenti carichi di odio, la mano con cui tiene la bacchetta che freme appena nella totale inconsapevolezza di ciò che quel gesto potrebbe portare come conseguenza. «Non mi fermare Karel! È per te che lo sto facendo, per noi! Nessuno sentirà la mancanza di questa stupida, lo sappiamo entrambi!»
Katrina sembra non capacitarsi di ciò che sta succedendo. Beh, se fossi al posto suo probabilmente anche io stenterei a credere sia vero: Tara Palmer, che è sempre stata buona come il pane con tutti o quasi – eccetto con quelle che osavano allungare le mani, o lo sguardo, su di me, mi pare chiaro – improvvisamente si è trasformata in una famelica cacciatrice pronta a cruciarla – se non peggio – seduta stante. La vedo tentennare, voltarsi per osservare non so cosa alle sue spalle – visto che la nebbia si è levata dal lago talmente fitta da rendere impossibile il riconoscere dei nostri stessi piedi – barcollare appena come si trovasse sul ciglio di un burrone ma senza cadere, con gli occhi sgranati che restano sempre e comunque fissi alla bacchetta spianata di Tara, come se questo potesse bastare per salvarla.
«Abbassa la tua bacchetta» ripeto, ancora una volta molto lentamente, senza distogliere a mia volta lo sguardo da lei. «Vedi di non fare cazzate, per favore.»
Tara si volta e la bacchetta la punta contro di me, avanza di due passi decisi spingendone la punta in legno contro il mio torace e lo fa con talmente tanta forza da obbligarmi a indietreggiare di mezzo passo. «Chi vuoi cercare di convincere, Karel? Cos'è, tu sei l'unico che può andarsene in giro per il mondo ad ammazzare persone? So quello che hai fatto» sibila, abbassando solo di poco la voce in quello che dovrebbe risultare come un tono minaccioso, «non dimenticarlo. Non fingere di essere migliore di me solo perché scegli degli sconosciuti invece che compagne di scuola!»
Prima che possa ribattere, Katrina tenta un passo laterale, per defilarsi probabilmente, ma Tara si volta di scatto urlando: «STUPECIFIUM!», e non so neanche io quale santo ringraziare perché dalla sua bocca sia uscito uno Schiantesimo e non una Maledizione Senza Perdono. Intendiamoci: non voglio giocare al buon samaritano, non me ne frega un cazzo di quello che succede a Katrina Romanova una volta che esce dalla nostra scuola e se ne va in giro con le sue amichette lobotomizzate, ma se ad ucciderla è Tara Palmer, e se la sua attenuante per averlo fatto è: “Io amo Karel Sverak”, allora la situazione cambia completamente, e l'ultima cosa che mi interessa fare è incappare nelle ire di Alexej Romanov dopo che avrà perso la sua adorata bambina.
Katrina sparisce inghiottita dalla nebbia, l'unico motivo per cui riesco a capire che è finita dritta dritta nel lago è lo schianto che produce un secondo dopo il suo corpo colpendo l'acqua.
Non mi preoccupo di quello che succede a Tara quando con la mano sinistra la sposto brutalmente di lato togliendomela da davanti ed ignoro palesemente la sua voce quando mi tuffo in acqua per aiutare la Romanova, la bacchetta ancora stretta nella mano destra e quella di lei infilata nella cintola dei jeans, al di sotto dei vestiti. Ci manca solo che la perda, così tutta la fatica che ho fatto per ritrovare questa demente e restituirgliela sarà stata del tutto vana.

poco dopo, notte fonda – tenda degli insegnanti ]
«Vuoi spiegarmi ancora una volta perché la bacchetta di Katrina Romanova era in mano tua Karel?»
«Senta.» Sinceramente esasperato, appoggio le mani contro il bordo del tavolo in legno rossiccio e mi tiro appena più avanti sulla sedia, una coperta sulle spalle e i vestiti intrisi dell'acqua gelida del lago da cui ho ripescato Katrina. «Non so più come ripeterglielo, evidentemente lei non mi sta ascoltando.» Maledetta Danailova e la sua faccia da gallina stitica del cazzo. «Katrina aveva perso la sua bacchetta, io sono soltanto tornato a cercarla per rendergliela. Non l'ho spinta nel lago, non ho cercato di ucciderla e non stavamo neanche facendo un allegro bagnetto di mezzanotte, anche perché in quel caso saremmo stati nudi e, come credo abbia notato anche lei, io i vestiti ce l'ho ancora addosso, fradici fra l'altro. Posso andare a cambiarmi o vogliamo aspettare mi sia venuta una broncopolmonite?» Prima che lei possa rispondere, le sparo lì un mirato: «Mio padre non sarebbe affatto contento della cosa, mi creda».
Non sto cercando di fare il cocchino dei professori, quello che vuole svangarsela in qualsiasi situazione: il fatto è che non ho voglia di perdere altro tempo e, per quanto merda sia, non sono pronto ad affibbiare ogni colpa a Tara come se nulla fosse. Voglio dire, cazzo, la colpa è di Tara, ma lei è anche una fottuta femmina del cazzo, e se adesso le puntassi un dito contro piagnucolando: “Stava per uccidere Katrina, io l'ho soltanto difesa!” che razza di figura ci farei? Per non parlare poi dello spropositato numero di voci che comincerebbero subito a circolare sul nostro contro. Dio, non ci voglio neanche pensare.
Mi passo le mani sul volto e sono davvero pronto a ringraziare tutti gli Dei – o quello che sono – di questo mondo quando Alina Danailova dice: «Torna alla tua tenda e vedi di andare a dormire. Non voglio più sentir pronunciare il tuo nome o vedere la tua faccia fino alla fine dell'anno scolastico, Sverak».
«Agli ordini signora.»
Ma vai a morire da qualche parte, vecchio scheletro che non sei altro.
Certo non è di buon auspicio trovare Viola Ebersbacher a braccia incrociate davanti alla mia tenda, la punta del piede destro che batte e ribatte contro il terreno come il timer di una bomba pronta a scoppiare.
«Guarda» le dico, soffocando a stento uno sbadiglio, «non sono dell'umore adatto, quindi levati dalle palle e non mi scocciare.»
«Sempre in punta di forchetta Sverak, sei un vero Lord, non c'è che dire.»
Come se me ne fregasse qualcosa di apparire educato a te, Violetta cara.
«Avevi bisogno di qualcosa? Taglia corto, voglio andare a dormire.»
«Cosa facevi all'accampamento dei Liut'Him Ná a quest'ora?»
«Mah, non lo so...» fingo di borbottare chiudendomi nelle spalle. «Qualcosa che sicuramente non è affar tuo?» Con un lembo della coperta che ancora ho sulle spalle prendo a sfregare la testa nel vano tentativo di asciugare almeno un po' i capelli ancora grondanti acqua. «Sei qui per fare da portavoce a Isy, per caso?»
I suoi occhi si assottigliano in uno sguardo minaccioso. O forse soltanto infastidito, non lo so. Io e questa zecca andiamo meno d'accordo che l'acqua con l'olio, quindi. 
«Isabella non ha bisogno di portavoce, se ti deve dire qualcosa è capacissima di farlo anche da sola.»
Sì, e me l'ha detto chiaro e tondo, il suo qualcosa, quando ho tentato di baciarla.
«Allora vedi di andartene a dormire, che io ho altro a cui pensare.»
Le passo accanto ignorandola e mi infilo dentro la tenda, ma non prima di averle sentito dire: «Se le farai del male Sverak, giuro che non la passerai liscia. Hai la mia parola d'onore».
Sì, beh. Ma chi se ne frega.

+

Karel Sverakoggi, tarda mattinata  – dormitorio dei Moth'Ui Nira ]
Non avevo poi tutta questa gran fretta di tornare a scuola, ammettiamolo. Il castello odora di muffa esattamente come quando lo abbiamo lasciato per andare in campeggio, abbiamo dovuto tirar fuori dagli armadi le divise scolastiche standard che da Lunedì saranno di nuovo obbligatorie e Miodrag non fa altro che lamentarsi di quanto ingiusto sia che le vacanze estive siano già finite, certo è che se le avesse passate come me a barcamenarsi per assecondare gli ordini della Danailova in compagnia di Katrina Romanova, forse non la penserebbe più in questo modo e sarebbe quasi felice all'idea di tornare al solito trantran quotidiano.
Proprio mentre il nome della Romanova mi passa per la testa, accidentalmente la partecipazione alla sua stupida festa che stavo facendo fluttuare per aria prende fuoco, divorata da una fiammata che ne lascia soltanto cenere.
«Hai intenzione di incendiare tutta la stanza?» chiede Stanislav, disteso sul suo letto, senza alzare lo sguardo dal libro che sta leggendo.
«Sverak è mestruato» gli risponde Miodrag. «Sta in uno di quei giorni in cui è meglio lasciarlo stare.»
Senza alzarmi dal mio letto, spazzolo via con una mano il mucchietto di cenere nera che mi è piovuto addosso e lascio la bacchetta sul comodino. «Non tirare troppo la corda Miodrag, o la scopa te la infilo come terza gamba dove non batte il sole.»
Stiamo soltanto scherzando, fra di noi è quasi un rito, ma comincio ad essere stanco anche di questo.
Chiaramente mio padre mi ha fatto prontamente pervenire un gufo qui a scuola per ricordarmi che sono “caldamente invitato” a presentarmi allo stupido ricevimento dei Romanov questo Sabato, e se ignorare un invito di Katrina o di suo padre poteva anche ritenersi cosa fattibile, di certo non posso dire lo stesso dell'ignorare un invito di mio padre.
«Quindi ci andrai?» Miodrag tira fuori dal suo baule la cravatta e la sistema sulla stessa stampella che già regge la sua divisa autunnale.
«Ho altra scelta?»
«Non so. Scappare e chiedere asilo politico all'estero?»
«Sarà la serata peggiore della mia vita.» E non è un modo di dire, lo penso davvero. «Potrei decidere di suicidarmi con un cocktail micidiale: detersivo per piatti e soda caustica, o qualunque altra porcheria mi capiti tra le mani.»
«La Romanova non è poi così male» dice Stanislav da dietro il suo libro, «almeno sa quando deve stare zitta. Come facevi a sopportare quel grillo parlante della Ivanov invece?»
«Quando stava con me, la Ivanov con la bocca ci faceva tutto tranne che parlare.»
«Questo non toglie sia fastidiosa come una pulce, mentre un giro con la Romanova quasi quasi me lo farei.»
«Allora perché non ci vai tu a quella cazzo di festa?»

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Isabella Schneider15:04 – biblioteca scolastica ]
Non so perché ma mi ero in qualche modo convinto Isabella non mi avrebbe più rivolto la parola, invece mentre apro su uno dei tavoli della biblioteca il volume preso dalla libreria – andava letto come compito per le vacanze, “Vita e Opere di Natalya Chalúpka”, io chiaramente non l'ho neanche toccato – lei si accomoda di fronte a me e accenna un sorriso. Un sorriso che posso definire soltanto strano, perché non ha niente a che vedere con i soliti sorrisi della Schneider.
«Allora» dice, «è vera questa voce secondo cui hai salvato Katrina Romanova dalle gelide acque del lago, ieri notte?»
«No.» Senza guardarla mi metto anche io a sedere e apro il libro ad una pagina a caso che non ho intenzione di leggere. «Sa nuotare e si è salvata da sola, io le ho soltanto dato una mano.»
«Onorevole da parte tua.»
Noto una punta di fastidio o me lo sto immaginando?
«Posso sapere come c'è finita nel lago?» chiede ancora lei. «Ce l'hai spinta tu per farti bello agli occhi di qualche studentessa?»
«Le studentesse già mi adorano, non ho alcun bisogno di farmi bello ai loro occhi.»
«Allora cosa è successo?»
«Tara ha cercato di ucciderla. O comunque voleva seriamente tentare di farlo, anche se la mia presenza deve aver mandato a monte i suoi piani.»
«Tu stai scherzando.» Lei si abbandona contro lo schienale della sedia con una risatina sommessa, il genere di risata che ti puoi concedere in una biblioteca, anche se essendo ancora fuori orario scolastico niente ci vieterebbe di urlare a squarciagola o ballare sui tavoli. «Tara Palmer non saprebbe fare del male ad una mosca.»
Ha i capelli raccolti in una crocchia scarlatta sulla testa e fermati da una quantità di matite infilzate nel mezzo. Ricambio il suo sguardo, verde e penetrante, con una mano ancora poggiata sulle pagine aperte del mio libro. «No, non sto scherzando» replico perfettamente serio. «Tara stava per ucciderla.»
I lineamenti del suo volto si induriscono come se un incantesimo pietrificante l'avesse appena colpita ma il suo sguardo non si abbassa, i suoi occhi restano fermi nei miei con questa sorta di muto rimprovero di cui sinceramente proprio non capisco il senso. «E tu perché avresti preso le sue difese, Karel?»
Già, perché lo hai fatto Karel?
Non ne ho la più pallida idea.
«Sai cosa ne sarebbe stato di Tara, se avesse ammazzato qualcuno? Cazzo, ha la nostra età, me la sono scopata per una vita, non potevo mica lasciare finisse a marciare ad Azkaban per il resto dei suoi giorni!»
«Magari nessuno avrebbe saputo niente» insinua lei, «magari neanche lo avrebbero più ritrovato il corpo della Romanova, sul fondale di quel lago. Perché darsi tanta pena?»
«Senti» rispondo, questa volta rendendo a mia volta tagliente il tono della voce, «non so cosa tu stia pensando Isy, ma non era certo mia intenzione salvare la vita della Romanova. Ho agito di impulso per evitare scoppiasse un casino e ora, tra l'altro, ti conviene guardarti le spalle: se Tara dovesse accidentalmente venire a sapere quello che è successo tra noi, la sua prossima vittima potresti anche essere tu
Lei alza le sopracciglia, i suoi occhi sembrano allargarsi impercettibilmente, poi assume un'espressione divertita e risponde: «Perché, cosa sarebbe successo tra noi Karel?».
«Niente», e chiudo il libro con un polveroso schianto che fa alzare tutto attorno a noi, nella luce che filtra obliqua attraverso le finestre, una nube di pulviscolo. «Assolutamente niente, grazie a Dio.»
La sento dire: «Karel, aspetta» mentre faccio per lasciare la biblioteca ma non mi volto a guardarla, oltrepasso l'ampio portone di metallo ad arco e svolto nel corridoio per tornare al dormitorio maschile: l'ultima cosa che ho voglia di sentire adesso sono le lagne di una bambina viziata invidiosa di chi le sottrae i giocattoli.

Katrina Romanova15:16 – sala comune Liut'Him Ná ]
«Alla fine è colpa sua, come al solito.»
A testa bassa, Katrina gioca distrattamente con la propria bacchetta, tentando di farla stare in bilico sulla punta al di sopra del proprio ginocchio accavallato, afferrandola ogni volta un istante prima che finisca a terra. Poco distante da lei, seduto a uno dei tavoli, Tierney continua quello che sembra essere un agitato monologo.
«Se non trattasse le ragazze come pezze da piedi, a quelle probabilmente non verrebbe voglia di uccidere le compagne di scuola.»
«Con me non era poi tanto male» si lagna Amanda con un sospiro, poi scoppia a ridere quando si accorge dello sguardo bieco che Katrina le rivolge. «Okay, okay: mi trattava come una pezza da piedi in pubblico, ma nel privato non era poi tanto male. E comunque lo sanno anche i muri che della Palmer non gliene frega niente, lei è l'unica che ancora non ha capito l'antifona.»
«Ha preso le mie difese.» A Katrina quelle parole sfuggono con la stessa debolezza di un sospiro. Tanto Tierney quanto Amanda si ritrovano a chiederle: «Eh?» ma lei non risponde, limitandosi a scuotere appena il capo.
È patetico pensare una cosa simile di Karel Sverak, pensare che la stesse proteggendo. Ancora non ha imparato a conoscerlo, dopo tutto quel tempo? Eppure fino al giorno prima era certa di sapere come stavano le cose, era certa di odiarlo con tutta se stessa. Perché di punto in bianco le cose sembrano essere cambiate ancora? Forse è stato per il suo sguardo. C'era qualcosa di strano nei suoi occhi, mentre ordinava a Tara di abbassare la bacchetta. O magari no, magari se lo è soltanto immaginata, era talmente buio attorno a loro, e c'era tutta quella nebbia, impossibile dire cosa stesse o non stesse pensando Karel.
E sicuramente non stava pensando niente che possa fargli riguadagnare qualche punto, conoscendolo.
«Io penso che dovremmo denunciare la Palmer agli insegnanti» decreta alla fine Tierney, poggiando le mani sulle ginocchia mentre con un breve slancio si alza di nuovo in piedi. «Non possiamo rischiare quella si aggiri per la scuola a schiantare persone, o peggio ancora a ucciderle
«Non lo farebbe davvero» gli risponde Amanda con un gesto distratto della mano, ma qualcosa negli occhi di Katrina sembra rapidamente convincerla del contrario. «Dici che lo farebbe?»
«Non so più cosa pensare» sospira lei.
«Allora non pensare nulla» taglia corto il ragazzo, «io vado a parlare con la Danailova, voi fate un po' quel che vi pare.»
postato da KarelSverak alle ore 12:22 | link | commenti
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mercoledì, 29 agosto 2007

La mano le fa male, così male da pensare di essersi rotta il polso tanto le duole mentre tiene i pugni stretti lungo i fianchi.
Sono gli occhi di Karel che cerca, gli occhi in cui si è persa per un istante che vorrebbe solo cancellare.
Non lo odia per quello che ha fatto, odia sè stessa per averci creduto.
Andiamo, è Sverak, e lei ha passato la sua intera vita a cercare di salvarlo dalla distruzione e come una stupida - una di quelle che aveva e avrebbe comunque sempre guardato con sufficienza - si era lasciata ingannare.
Il primo problema è che ha ricambiato quel bacio e il secondo è che è stato diverso da tutti quelli venuti prima perchè non c'era stata mai la sensazione di totale appartenenza, quel ritrovarsi dopo anni e scoprire che c'era qualcosa del tutto simile a quello che li univa da bambini.
Dopo l'odio verso sè stessa e la piacevole - e spiacevole - sensazione di appartenenza a Karel, c'è il sentirsi una stupida per aver ceduto a lui, sentirsi stranamente sporca per essere stata toccata così a fondo da un Moth'Ui Nirà.
"Cosa cazzo ti prende adesso?"
"Vai all'Inferno Karel. Cosa diavolo credevi di fare?"
"Ehi, Romanova, guarda che non è stato proprio niente di che, anzi. E' stato il peggior bacio della mia vita. Avrai sicuramente pensato che finalmente qualcuno di decente ti stesse cagando, no?"
Il ragazzo si passa la mano sulle labbra come a volersi pulire dal suo contatto e tutte quelle parole, quel gesto e quella cattiveria sono dettate da un qualcosa di più profondo, un qualcosa di cui lei è semplicemente stata il capro espiatorio.
"Ti odio, Karel. Giuro che non ho mai odiato nessuno così tanto in tutta la mia vita."
"Non la pensavi così mentre ci stavi o sbaglio?"
Karel"Mi fai schifo."
Sarebbe la loro classica conversazione, un gioco a rimpiattino che è diventato sempre più crudele - un circolo vizioso dal quale non sono più riusciti ad uscire ma semmai vi sono annegati dentro - se non fosse che il viso di Katrina è rigato di lacrime.
Da quanto tempo ha smesso di piangere davanti a lui?
Forse da quella volta del bacio al cioccolato o forse qualche lacrima le era scesa per la Kobcha ma lui non era riuscito a scorgerle.
E l'aveva guardata attentamente, nonostante si fosse convinto che era lei a trovarsi sempre troppo vicina a lui.
"Dio, che strazio. Smettila di frignare."
Ora lei gli avrebbe raccontato ancora la storia del bacio tra sua madre e suo padre per sopire le lacrime? Katrina aveva smesso di credere di avere una madre poco dopo quell'episodio, giusto il tempo di seguire l'Oscuro Signore e lasciare tutto per la causa che anche i coniugi Sverak inseguivano da tempo.
La ragazza non ribatte, si limita a fissarlo scotendo il capo, arrendevole.
Sconfitta.
"Sparisci dalla mia vita Karel. Non voglio vederti mai più."
Sembra persino che non avverta il sapore salato che ha sulle labbra, indietreggia di qualche passo e poi si allontana da lui e fa quasi paura anche ad uno che ha ucciso un uomo, divertendosi.
Perchè quello sguardo gelido come pietra, freddo e glaciale riesce a scalfire anche la sua corazza forse più di tutte le parole di odio a cui gli anni l'hanno abituato.
Poteva essere una discussione come miliardi di altre prima, eppure non la è stata.
Non gli aveva mai detto con quel tono di voce privo di inflessioni - e lei non era mai stata una tipa piatta, quanto piuttosto una che le emozioni le concretizzava con gesti ed espressioni quasi teatrali - non voglio vederti mai più.
"Vaffanculo Romanova."
Un pugno contro il tronco dell'albero e la bacchetta di Katrina a poca distanza.
Esita per qualche istante, poi la raccoglie.
Inconsciamente, o forse sin troppo consapevolmente, è l'unico modo che ha per poterla avvicinare.
 
*
 
Tierney fissa attentamente Katrina, l'espressione da cucciolo braccato che non gli ha visto nemmeno in momenti critici come il rituale in cui ha perso la vita Ava. O quando i Mangiamorte avevano portato via Sverak. O quando avevano forzato le porte della biblioteca a notte fonda per cercare tomi nella sezione proibita.
"Ehi, che succede?"
"Niente, sono solo pensierosa."
"E' successo qualcosa?"
Lei scuote le spalle, i capelli che le ricadono sulle spalle morbidi e vaporosi.
"Papà vuole che torni a casa sabato, vuole indire una festa di compleanno tra amici intimi."
"E...?"
"Ci sarà anche la famiglia Sverak."
"Un compleanno rovinato quindi?"
"Forse, ma almeno rivedo papà. Quest'estate sono stata quasi sempre dagli zii, l'ho visto pochissimo."
"Nicolaj come sta?"
"Tutto bene, attualmente sta portando avanti il lavoro di ricerca sulle possibili cause di estinzione degli unicorni."
"Non si arrende mai vero?"
"E' un grande utopista, lo sai."
"E' un vizio di famiglia il vostro."
"Purtroppo si."
Le arruffa i capelli sulla nuca scompigliandoli strappandole un sorriso malinconico.
"Non vuoi parlare, vero?"
"Scusami Tie. Ti ringrazio ma preferisco fare una passeggiata."
"Stai attenta, okay?"
La ragazza annuisce e si solleva dal tronco sul quale era seduta sino a poco prima scoccandogli un maldestro bacio sulla guancia e lasciandolo a fissarla allontanarsi.
"Bel siparietto al diabete, McIntyre."
L'ultima voce sarcastica che vorrebbe sentire è proprio quella di Sverak.
"Hai bisogno di qualcosa per caso, Sverak?"
"Guarda che la Romanova non ci sta, e poi è una frana. Non ci sa fare per niente...trovatene un'altra se vuoi arrivare al sodo, è un cons..."
Il problema è che la frase gli muore in gola nell'esatto istante in cui Tierney gli afferra il colletto della camicia strattonandolo a terra.
"Cosa le hai fatto?"
"Niente che lei non volesse. E toglimi queste cazzo di mani di dosso!"
Karel riesce a liberarsi della presa del Liuth'Im Nà con una ginocchiata nella pancia del ragazzo, ma lo scontro sembra appena iniziato.
"Se le hai fatto qualcosa considerati morto."
"Sai che paura, eh?"
La voce della Ivanov li raggiunge starnazzante mentre grida qualcosa a Làszlò e qualcosa indica a Karel che potrebbe avere problemi se per contro, non giungessero le voci di Isy e Miodrag dall'altro lato.
"Oh, ciccino sei a terra con uno di questi pezzenti?"
"Ehi, Ebersbacher non hai nessun altro posto dove cacciare la tua lingua stasera?"
Evidentemente lo spettacolo della sera precedente ha dato i suoi frutti tra gli studenti.
E' Amanda a zittire la Moth'Ui Nirà e persino Karel resta sorpreso di quanta grinta è riuscita a tirare fuori la Ivanov in meno di tre mesi. Sarà stata la fitta corrispondenza via gufo con la Romanova o la presenza di Làszlò, ma sembra una Liuth'Im Nà molto meno frivola di prima. Ovviamente entro i limiti consentiti da Amanda Ivanov.
"Si può sapere che succede?"
Karel non ascolta nemmeno Isabella, continuando a fissare Tierney che si massaggia lo stomaco.
"Karel che succede?"
Isy riformula la domanda, solo che non è come quando lo fa quella rompipalle di Katrina è diverso.
E' quasi irritante.
"Non è giornata Isy, okay?"
Lei non si scompone, si limita a fissarlo ferita dalla sua risposta ma cosa dovrebbe fare? Lui è quello che è stato rifiutato e per consolarsi è realmente andato con la prima che gli è capitata sotto tiro.
E per errore questa è stata Katrina.
Ma poi a chi vuole farlo credere?
Il problema - il suo problema - è che ha ancora il suo sapore addosso e sulle labbra e non riesce ad allontanarsene. E' questo che lo fa dannatamente andare giù di testa.
 
*
 
. Katrina . E' seduta su di uno scoglio mentre la nebbia sale lentamente dal lago.
Ha le spalle rivolte verso di lei e non la vedrebbe di certo nemmeno se fosse una maledizione senza perdono a colpirla. La bacchetta le trema nella mano destra.
E' rabbia quella che prova, indispettita dalle attenzioni che Karel le ha rivolto. L'ha visto allontanarsi dopo colazione e l'ha seguito e ha visto tutto quanto.
E quel loro sfiorarsi, le loro labbra che si cercavano, la mano di Karel che accarezzava il viso della Romanova non era come con nessun'altra di quelle che c'erano state prima. Sembrava quasi che lui desiderasse quel contatto e non era stato come vederlo con Isabella o Amanda ai tempi del Ballo di Natale, era stato un vederlo quasi trasfigurato come se la Romanova fosse arrivata al cuore di Karel là, ove nessuno era mai riuscito a scalfirlo.
Solo per una piccola scheggia, come se fosse una punta di spillo, eppure era riuscita a penetrare il diamante grezzo che era e da lì, forse sarebbe riuscita persino a distruggerlo.
Perchè non lo fai, Tara? Te lo porterà via.
Vattene, non puoi arrivare ora.
Di cos'hai paura? La troveranno annegata domani mattina, no?
Non posso ucciderla.
Ha baciato Karel. Il tuo Karel.
La bacchetta trema pericolosamente tra le mani di Tara e cade a terra tra i rami emettendo un suono cupo che però non sfugge alle orecchie di Katrina che si gira di scatto cercando di fissare tra la nebbia e il buio il movimento di ombre che non può vedere.
"C'è qualcuno? Tie?"
Tara non parla, si china e raccoglie la propria bacchetta da terra, decisa a continuare nella sua opera.
Katrina deglutisce e si porta una mano alla tasca posteriore dei jeans.
"Merda!"
Sul viso di Tara si dipinge un sorriso crudele mentre esce dal suo nascondiglio riuscendo a farsi vedere dalla Romanova che si solleva in piedi indietreggiando di qualche passo.
"Tara, ti occorre qualcosa?"
Una vita trascorsa a cercare di farsi amare da Sverak e lei, quella stupida Liuth'Im Nà, c'era riuscita. Potevano raccontarle tutte le fiabe del mondo, ma una donna innamorata capisce sempre quando il suo sentimento non è corrisposto per colpa di un'altra.
Katrina indietreggia tenendo una mano sulla tasca vuota dei jeans, maledicendo sè stessa e Karel per aver perso nel bosco la bacchetta dopo...dopo.
Peccato che Tara abbia visto Karel raccoglierla da terra e nasconderla dietro la schiena e peccato che ora sia lei quella che può dettare le leggi.
"Io oggi ho visto te e Karel, Romanova...e non mi è piaciuto per niente, lo sai vero?"
"Tara è stato un incidente, sai che io e Sverak non..."
"ZITTA!"
La voce è stridula e acuta e Katrina continua a indietreggiare mentre avverte l'acqua sotto le scarpe.
Sta salendo l'alta marea.
E Tara le sta puntando contro la bacchetta, decisa a non lasciarsela sfuggire.
E Tara, per Karel, è disposta persino ad uccidere.
 
*
 
"E' tutto pronto, Romanov?"
"Si Kaarl, ormai manca davvero poco alla festa."
"Pensi che la tua piccola principessa apprezzerà il regalo che vogliamo offrirle?"
"Temo non più di quanto non ami sua madre."
I due uomini siedono l'uno di fronte all'altro sulle pesanti poltrone in velluto del Romanov's Manor intenti a sorseggiare vino d'annata, amici sin dai tempi degli studi di Durmstrang, uniti sotto l'unica bandiera dell'Oscuro Signore e tuttavia divisi dalla strada che hanno scelto per servirlo: l'uno Mangiamorte dichiarato, l'altro infiltrato tra gli Auror.
Qualcuno potrebbe accusarlo di essere un codardo, tuttavia la sua è da sempre la posizione più precaria, quella perennemente in bilico tra Azkaban e l'Avada Kedavra dell'Oscuro Signore.
Per Lui ha sacrificato la sua intera famiglia, ha rinunciato a vedere la moglie quotidianamente e ha mentito per anni alla propria figlia. Ma ora che sembra essere giunto il momento della grande guerra non ha più bisogno di mentire e può finalmente riunire la propria famiglia.
"Finalmente Alexej vedremo i nostri sogni di gioventù concretizzarsi, le nostre aspettative sulla nostra progenie finalmente in procinto di compiersi."
"Kaarl tu fai le cose davvero troppo semplici. Temo che la mia bambina farà fatica a concepire anche solo lontanamente questo."
"Pensi che Karel accetterà di buon grado? E' per il loro bene, Alexej. E personalmente, mio figlio eseguirà gli ordini che gli verranno impartiti da suo padre."
"Katrina sogna un grande amore, Kaarl...le ho mentito per anni, toglierle anche il suo grande desiderio...non me lo perdonerà mai."
Sospira, sprofondando ulteriormente nella poltrona.
Sverak fissa attentamente l'amico: è sempre stato il più sentimentale, il più legato alla suo stesso sangue eppure sa che non si tirerà indietro e servirà ancora una volta ciecamente Lord Voldemort.
Che importanza potranno mai avere i sentimenti di due adolescenti, se paragonati ad un'ambizioso progetto?
"La piccola vuole ancora diventare Auror?"
"A quanto pare si."
"Direi che è ora di raccontarle la verità, vero Alexej?"
"A questo punto direi che non ho scelta. Sono stato un buon padre, Kaarl?"
"Eccellente direi. Hai protetto tua figlia finchè era possibile ed ora che è una donna, deve conoscere la verità."
"Si."
Alexej Romanov deglutisce.
Lui conosce sua figlia e sa perfettamente che l'intima cena di sabato non sarà che una grande battaglia.
Padre contro figlia.
Madre contro figlia.
Due famiglie unite da un antico patto vergato con il sangue quando ancora Kaarl e Alexej erano adolescenti.
E su tutto, brilla abbagliante la luce dell'Oscuro Signore.
postato da KatrinaRomanova alle ore 01:21 | link | commenti
categorie: foto, odio, sentimenti

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